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LA STORIA DELLE ISOLE EOLIE (guarda anche i viaggiatori delle Isole Eolie) |
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vetro
nero eruttato dal monte Pelato, il vulcano della estremità NE di Lipari.
Questo commercio portava all’isola una straordinaria prosperità.
Si sviluppava quindi in essa un abitato fra i più estesi e popolosi
che si conoscano per quell’età. Solo più di mille anni
dopo, intorno al 3000 a.C., quando il commercio dell’ossidiana era al
suo apogeo, incominciarono ad essere abitate anche le isole minori dell’arcipelago
eoliano. In questo lungo periodo, durato più di un millennio e mezzo,
alle prime genti provenienti dalla Sicilia, stanziatesi sui fertili altipiani
che ben si prestavano all’agricoltura e alla pastorizia, se ne sostituirono
altre, venute da lontano, (si suppone dalle coste transadriatiche) per impadronirsi
di questa eccezionale fonte di ricchezza. Queste nuove popolazioni si insediarono
su quella vera fortezza naturale, dominante i migliori approdi dell’isola
di Lipari, che è l’attuale Castello e solo in periodi pacifici
l’abitato principale poté spostarsi nella piana sottostante,
ove è la città moderna.
Dopo
alcuni secoli di forte recessione economica e demografica (II metà
del III millennio a.C.) le isole Eolie hanno avuto un altro periodo di rigogliosissima
fioritura quando in esse si sono stanziate nuove popolazioni, provenienti
questa volta dalla Grecia continentale. Possiamo riconoscere in esse quegli
Eoli di cui le isole conservano il nome dopo quattro millenni.
Ad essi si riferiscono le più antiche leggende di cui la civiltà
greca abbia conservato memoria. Questo ciclo di leggende trova un eco nell’Odissea
di Omero, nell’episodio di Eolo, il re giusto e ospitale, che abita
nell’isola circondata da un muro di bronzo, inespugnabile (il Castello
di Lipari?), e che accoglie il ramingo Ulisse concedendogli l’otre dei
venti che avrebbero dovuto favorire il suo ritorno in patria.
Sorgono allora (poco dopo il 2000 a.C.), in tutte le isole, grandi e popolosi
insediamenti di capanne di un tipo del tutto nuovo, tondeggianti, circondate
all’intorno da un muro ben costruito in pietre e fango. Ha inizio con
essi l’età del bronzo nei nostri paesi occidentali. Testimonianze
degli insediamenti di questi popoli transmarini sono state trovate pressoché
in tutte le isole, salvo Vulcano resa inabitabile dalla intensa attività
del suo cratere. Particolarmente estesi ed importanti quelli del Capo Graziano
di Filicudi e del Castello di Lipari. La cultura di Capo Graziano si svolge
attraverso tutta la prima metà del II millennio a.C.
Alle popolazioni di stirpe eolica si sostituirono
intorno al 1430 a.C. nuove genti, provenienti invece dalle vicine coste della
Sicilia, portatrici di una cultura del tutto nuova, che prende il nome dal
grande villaggio del Capo Milazzese dell’Isola di Panarea.
Verso il 1270 a.C. nelle isole (o meglio nella sola Lipari, perché
le altre restano da questo momento deserte) si insediano genti ausonie, provenienti
dalle coste campane, anch’esse ricordate dalle antiche leggende. All’Ausonio
I si sostituisce quindi un Ausonio II, corrispondente ad un altro periodo
di grande prosperità, che lascia tracce cospicue sul Castello di Lipari.
L’Ausonio II dura poco più di due secoli.
Intorno al 900 a.C. il floridissimo insediamento di Lipari
viene distrutto e per più di tre secoli il Castello, ma forse l’intera
isola, restano deserti.
Nella seconda metà dell’ VIII secolo a.C. inizia
il fenomeno della colonizzazione greca dell’Italia meridionale e della
Sicilia, Lipari è, in ordine di tempo, una delle ultime colonie.
Nella 50° Olimpiade (580-576 a.C.) Lipari venne colonizzata da un gruppo di Greci di stirpe dorica, di Cnido e di Rodi, comandati dall’eraclide Pentatlo, superstiti di un infelice tentativo di fondare una colonia sul sito dell’attuale Marsala. I nuovi coloni si trovarono innanzitutto nella necessità di difendersi dalle incursioni degli Etruschi (Tirreni). Dovettero quindi allestire una potente flotta, con la quale riportarono contro di loro grandi vittorie, assicurandosi la supremazia sul mare. Col bottino conquistato eressero, nel santuario di Apollo, a Delfi, splendidi monumenti votivi (in complesso oltre quaranta statue di bronzo), dei cui basamenti restano ancora testimonianze.
Le navi Liparesi dominavano il basso tirreno
e nel 393 a.C. intercettarono una nave romana che portava a Delfi un grande
vaso d’oro rappresentante la decima parte del bottino della conquista
di Veio. Ma il loro supremo magistrato Timasiteo lo fece restituire, trattandosi
di una offerta sacra al dio Apollo, che i Liparesi veneravano. Nel 427 a.C.,
durante la prima spedizione ateniese in Sicilia, sotto Lache, i Liparesi strinsero
alleanza con i Siracusani, forse per la loro comune origine dorica. Subirono
attacchi, come afferma Tucidide, da parte della flotta ateniese e reggina,
ma senza gravi conseguenze. Nella spedizione cartaginese del 408-406 Lipari
fu di nuovo in relazioni amichevoli con Siracusa. Venne perciò attaccata
dal generale cartaginese Imilcone che, impadronendosi della città,
estorse agli abitanti una indennità di 3° talenti. Partiti i Cartaginesi,
Lipari tornò in pieno godimento della sua indipendenza.
Durante la dominazione di Dionisio il Vecchio, Lipari rimase al fianco di
Siracusa e, successivamente, di Tindari. Nel 304 l'isola venne aggredita da
Agatocle che le impose un tributo di 50 talenti, perduto durante la traversata
verso la Sicilia, per una tempesta attribuita alla collera di Eolo.
Successivamente
Lipari cadde sotto il giogo cartaginese, nel quale si trovava quando scoppiò
la prima guerra punica. Per i suoi eccellenti porti e per la sua posizione
di alto valore strategico, l'arcipelago divenne una delle migliori stazioni
navali cartaginesi. Nel 262 il console romano Cornelio Scipione, illudendosi
di potersi impadronire agevolmente di Lipari, venne bloccato da Annibale e
catturato con tutta la sua squadra. Nel 258 Atilio Calatino cingeva Lipari
di assedio. Nel 257 le acque delle Eolie furono teatro di un'accanita battaglia
tra la flotta cartaginese e quella romana. Lipari fu conquistata dai Romani
nel 252 a.C. Rasa al suolo con «inumane stragi» perse, con l'indipendenza,
la prosperità economica. Iniziò per essa un periodo di grave
decadenza.
Continuò per altro a trarre vantaggi economici notevoli dall'industria
dell'allume, che probabilmente fin dall'età del Bronzo si estraeva
nell'isola di Vulcano, del quale Lipari aveva nel mondo antico il monopolio.
Molto frequentate erano anche le eccellenti acque termali di Vulcano e di
Lipari, che ebbero una notevole rinomanza anche nella Roma imperiale. Cicerone
ricorda Lipari e parla dei soprusi che essa subì da parte di Verre.
SEGUE . .
Le
isole Eolie ebbero una grande importanza strategica durante la guerra civile
tra Ottaviano e Sesto Pompeo. Lipari, fortificata da Sesto Pompeo, fu conquistata
nel 36 a.C. da Agrippa, ammiraglio di Ottaviano, che fece dell'isola di Vulcano
la base della sua flotta per le operazioni che precedettero la battaglia navale
di Milazzo e per il successivo sbarco in Sicilia. Lipari subì in questa
occasione nuove devastazioni e nuovi disastri. Sembrerebbe che successivamente
essa abbia potuto godere dello stato giuridico di municipium. Plinio la definì
oppidum civium romanorum.
Non abbiamo notizie relative a Lipari per tutta l'età imperiale romana
(I-IV secolo d.C.). Sappiamo solo che l'imperatore Caracalla, dopo avere fatto
uccidere il suocero Plauziano, vi relegò la moglie Plautilla e il cognato
Plauzio che morirono in esilio.
In età cristiana (forse dal IV secolo)
Lipari fu sede vescovile e almeno fin dal VI secolo erano venerate nella sua
cattedrale le reliquie dell'apostolo San
Bartolomeo che, secondo le tradizioni tramandateci da scrittori bizantini,
vi sarebbero giunte miracolosamente dall'Armenia.
Nei secoli dell'alto Medioevo Lipari fu quindi meta di pellegrinaggi, che
qui convenivano da paesi vicini e lontani. Intorno alle isole Eolie, in particolare
a Lipari e a Vulcano, fiorisce, nell'alto Medioevo, una ricca e variopinta
messe di tradizioni. Il cratere di Vulcano veniva considerato allora come
la bocca dell'Inferno, in cui bruciavano le anime dei reprobi. È nota
la leggenda raccontata da San Gregorio Magno dell'eremita che il giorno stesso
della morte di Teodorico avrebbe visto l'anima del re goto gettata nel cratere
da papa Giovanni e dal patrizio Simmaco, che egli aveva fatto uccidere.
Altre leggende fiorirono intorno al santo vescovo Agatone e all'eremita San
Calogero che liberava l'isola dai diavoli e faceva sgorgare le acque salutari,
che portano il suo nome.
Nell'alto Medioevo si ebbe un improvviso risveglio (dopo molti decenni di
quiescenza) dell'attività vulcanica nell'isola di Lipari. Si aprirono
allora il nuovo cratere del monte Pelato, che eruttò immense masse
di pomici, e quello, più vicino alla città, della Pirrera, che
eruttò una colata di ossidiana.
Nell'839 Lipari fu aggredita e distrutta da un'incursione di musulmani, che massacrarono e deportarono in schiavitù la popolazione e profanarono le reliquie di San Bartolomeo. Queste, piamente raccolte da alcuni vecchi monaci scampati all'eccidio, furono l'anno seguente trasportate a Salerno e di lì a Benevento. Lipari rimase per alcuni secoli quasi totalmente deserta, fino alla riconquista della Sicilia da parte dei Normanni, che nel 1083 installarono a Lipari l'abate Ambrogio con un nucleo di monaci benedettini. Intorno al monastero, di cui restano vestigia a fianco della cattedrale, tornò a formarsi un nucleo urbano.
Nel 1131 fu ricostituita la sede vescovile di Lipari unita a quella di Patti. Roberto I re di Napoli, nel 1340, si impadronì di Lipari. Nel 1540 la città fu saccheggiata dal feroce corsaro Ariadeno Barbarossa, che portò via gli infelici abitanti, come schiavi. Lipari venne successivamente riedificata e ripopolata da Carlo V e da allora seguì le sorti della Sicilia e del reame di Napoli.
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